Intervista immaginaria a Giacomo Leopardi

I:Buongiorno è lei il sommo poeta Giacomo Leopardi?

L:Ebbene sì, ma posso sapere il motivo di questa inattesa visita, non vorrei sembrare scortese ma sono piuttosto impegnato con i miei studi.

I:Mi dispiace molto doverla distrarre dalle sue “sudate carte”, ma volevo porle alcune domande.

L:E sia. Comunque mi paia un’insolita richiesta, ebbene su cosa vorreste interrogarmi?

I:Sulla sua vita e sulle sue opere principali. Innanzitutto, come passava esattamente le sue giornate e il suo tempo libero?

L:Fin dalla mia fanciullezza solevo rifugiarmi in questa biblioteca, fra le vecchie pergamene, immerso nel silenzio delle anime passate; mio padre mi aveva insegnato ad amare le parole, ed io, in un certo qual modo, sentivo che queste parole erano le sue carezze.

I:Quindi per lei questi libri rappresentavano una sorta di amici?

L:Esattamente. Erano fratelli condannati alla mia stessa sventura…perché piano piano anch’io mi ricoprivo di polvere.

I:Visto il suo stato fisico, la posizione che occupava durante lo studio avrà sicuramente peggiorato la sua condizione. Dico bene?

L:Purtroppo quella postura non mi fu benevola.

I:E si sentiva solo per via di ciò?

L:È vero io ero solo. Come quei passeri che se ne stanno immobili sulle cime delle torri, io dalla mia finestra contemplavo i miei compagni, la vita nel paese e me ne chiamavo fuori; non posso negare di aver sofferto fisicamente per il mio aspetto esteriore, ma tanto più doloroso era constatare come per gli altri io fossi unicamente ciò che apparivo.

I:Oltre allo studio, c’era qualcos’altro che era solito fare?

L:Sovente mi distraevo dai miei studi andando su un colle, il monte Tabor. Purtroppo dove solevo sedermi, vi era una siepe che m’escludeva il guardo. Io immaginavo interminati spazi al di là di quella e riflettevo sul significato dell’infinito.

I:Lei afferma che la natura promette per poi togliere, può spiegare meglio questo concetto?

L:La natura è la più cattiva delle madri. Perché quando siamo giovani e ingenui, abbiamo tutta la vita davanti e per immaginare come sarà il futuro ci creiamo aspettative che molto spesso non vengono appagate, perché la vita è breve e poi si muore.

I:Non capisco, se si pensa al futuro non si può che immaginare belle ambizioni, sogni, progetti.

L:Sogni! Illusioni appunto. Vorrei farvi capire meglio attraverso un aneddoto se non vi dispiace.

I:Mi farebbe piacere.

L:Quando ero giovane solevo riposarmi dai miei studi e osservare al di fuori della finestra che da al cortile e non di rado, mi imbattevo in una graziosa fanciulla che lavorava la tela. Sognavamo il nostro futuro con tanto ardore che ancora mi commuove.

I:Sta parlando di Silvia non è cosi?

L:Sì, esattamente…Silvia. Quando morì nel fior degli anni, stroncata da un’ignota malattia, capii che all’apparir del vero, ogni illusione svanisce lasciando spazio al dolore. Ma soprattutto questa, l’amore che è la peggiore delle illusioni.

I:Di recente mi è capitato di sfogliare lo Zibaldone e secondo lei “la morte non è un male”, però disprezza l’anzianità. Come mai pensa che sia cosi negativa?

L:La morte non è male: perché libera l’uomo da tutti i mali e insieme coi beni gli toglie i desideri. La vecchiezza è male sommo: perché priva l’uomo di tutti i piaceri, lasciandogliene gli appetiti.

I:Solamente un’ultima domanda che cos’è per lei la vita?

L:Il viaggio di uno zoppo e infermo che con un gravissimo carico in sul dosso per montagne ertissime e luoghi sommamente aspri, faticosi e difficili, alla neve, al gelo, alla pioggia, al vento, all’ardore del sole, cammina senza mai riposarsi dí e notte uno spazio di molte giornate per arrivare a un cotal precipizio o un fosso, e quivi inevitabilmente cadere.

I:Grazie per la sua disponibilità.

L:“È stato un immenso piacere.”

Sitografia:poetierranti.jimdo.com/fucinadiefesto/unintervistaimpossibileirenelombardi/

                                                          Di Bella Gabriele Gazziola Jacopo Sieli Aurora Re Fraschini Lucrezia 3°B

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