Trump e i musulmani: tutti banditi o solo in parte?

Lavorare a stretto contatto con gli alleati arabi per sconfiggere lo Stato Islamico;

Combattere l’ideologia dell’Islam radicale con tutti i mezzi;

Sospendere l’immigrazione da quelle aree che hanno noti legami con il terrorismo.

Questo è ciò che Trump prometteva di attuare qualora fosse stato eletto. Oggi Trump, eletto Presidente degli Stati Uniti sta mantenendo le sue promesse. L’ ultimo punto dei tre sovra riportati sembra non essere però libero dagli interessi economici del Presidente.

Il decreto firmato da Donald Trump vieta l’arrivo di cittadini di sette paesi musulmani (Iraq, Iran, Yemen, Libia, Siria, Somalia e Sudan) ma forse, non a caso, non sono esclusi i Paesi con cui la Trump Organization fa affari o è in procinto di firmare accordi.

Tra questi ci sono Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Libano, da cui arrivarono i terroristi dell’11 settembre 2001.

In Arabia Saudita, Trump ha registrato quattro aziende, negli Emirati, la Trump organization ha accordi per un club di golf, ville di lusso e una spa in costruzione a Dubai, e un secondo club di golf disegnato da Tiger Woods. In Egitto sono state registrate due aziende: Trump Marks Egypt e Trump Marks Egypt Llc. In Turchia, il Presidente americano possiede due torri di lusso a Istanbul. In Azerbaigian è stata completata la costruzione di un grande hotel, ancora non funzionante ed è esclusa anche l’Indonesia, uno dei più grandi paesi a maggioranza musulmana, dove Trump intende aprire due immobili.

Anche in America, il decreto presidenziale, già bloccato da un giudice federale dello stato di Washington è stato duramente criticato soprattutto dalle grandi compagnie della Silicon Valley. Da Apple a Facebook e Microsoft, un centinaio di compagnie hanno firmato il ricorso a una corte d’appello della California contro il decreto del presidente che blocca l’immigrazione dai sette Paesi. “E’ discriminatorio e un gravissimo danno per le compagnie che cercano nel mondo i migliori talenti”. Inoltre, l’ordine di Trump “infligge un danno sostanziale alle aziende statunitensi, aumenta i costi imposti al business, rende più difficile per le aziende americane competere sul mercato internazionale e dà alle imprese globali un nuovo e significativo incentivo a lavorare “fuori dagli Stati Uniti”.

 

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